Si parla continuamente di conti pubblici, stabilità di governo e riforme elettorali destinate a consolidare il sistema politico. Si esibiscono indicatori macroeconomici come prova di buon governo. Ma di fronte a questi annunci, una domanda resta inevasa: stabilità per fare cosa, e nell’interesse di chi si governa?
Mentre la politica rivendica il risanamento dei bilanci, la vita quotidiana delle persone peggiora. Le famiglie faticano a sostenere il costo della vita, i salari restano al palo e i servizi essenziali sono allo stremo. Curarsi tempestivamente è ormai diventato un lusso riservato a chi può permettersi la sanità privata, mentre la scuola pubblica attende invano risorse.
Si invoca sistematicamente il rigore finanziario quando occorre rispondere ai bisogni sociali, ma lo stesso rigore svanisce quando si decide di incrementare le spese militari. I conti pubblici devono essere uno strumento per migliorare la vita dei cittadini, non un fine che giustifica ogni sacrificio.
La stabilità politica non è la stabilità del potere
L’astensionismo crescente non è disinteresse, ma il segnale di una profonda sfiducia verso istituzioni percepite come distanti. Un governo può durare a lungo senza rispondere ai bisogni concreti della popolazione: la continuità del potere non equivale alla qualità della democrazia.
Quando il racconto della propaganda non trova riscontro nella realtà quotidiana, la democrazia si indebolisce. La vera stabilità non si misura sulla durata delle maggioranze o sulle leggi elettorali, ma sulla capacità di garantire diritti, salute, istruzione e lavoro dignitoso.
Il lavoro non è una concessione: rafforzare la contrattazione
La distanza tra narrazione e realtà è evidente nei luoghi di lavoro. I rinnovi dei contratti nazionali sono fondamentali, ma in troppe realtà — soprattutto nelle piccole imprese — la contrattazione aziendale non esiste affatto. Ancor più grave è la diffusione di inquadramenti professionali inadeguati: lavoratori che svolgono mansioni complesse e di responsabilità vengono sotto-inquadrati rispetto a quanto previsto dai CCNL, subendo un vero e proprio danno economico in busta paga. A questo si aggiunge la tendenza delle imprese a sostituire il confronto sindacale con premi individuali e discrezionali. Il salario e il corretto inquadramento sono diritti, non concessioni. La produttività è il frutto dell’impegno di chi lavora: pretenderla come dovere e liquidarla con il sotto-inquadramento o la discrezionalità aziendale è una contraddizione insostenibile.
Redistribuire la ricchezza per rimettere al centro la persona
La ricchezza d’impresa non nasce solo per intuizione patronale, ma per la competenza, la fatica e la responsabilità dei lavoratori. Se la crescita economica non viene equamente redistribuita, si indebolisce l’intero tessuto sociale ed economico del Paese. Il lavoro non chiede elemosina, ma salari adeguati, diritti e giustizia sociale. Sanità, scuola, potere d’acquisto e partecipazione democratica non sono capitoli separati, ma volti della stessa questione: il valore della persona. Una società giusta crea le condizioni affinché i diritti siano effettivi e accessibili a tutti, non privilegi legati al reddito. Abbiamo bisogno di una politica e di un sistema d’impresa capaci di guardare oltre il tornaconto immediato. La vera stabilità è quella di una famiglia che arriva a fine mese, di un giovane che progetta il futuro, di un anziano che riceve le cure necessarie. I conti pubblici e la crescita economica hanno senso solo se servono a costruire una società più equa. Perché un diritto conquistato insieme varrà sempre più di un favore concesso individualmente.
Massimo Braccini (segretario generale Fiom-Cgil) Livorno e Grosseto
