Basta guardarsi intorno per rendersi conto del tempo fuori cardine che stiamo vivendo. Ci è stato raccontato per trent’anni, a partire dalla caduta del Muro di Berlino in poi, il dogma acritico secondo cui il mercato globale, liberato da ogni vincolo pubblico e da ogni contrapposizione politica, si sarebbe regolato da solo, spalancando le porte a un’epoca di pace, democrazia e benessere generalizzato.
La realtà si è incaricata di smentire questa favola nel modo più brutale. La dissoluzione di ogni argine sociale ha consegnato il pianeta alla legge del profitto finanziario, alla precarizzazione sistematica di intere generazioni e all’allargamento intollerabile della forbice tra ricchi e poveri. E oggi, sotto gli occhi di tutti, assistiamo persino al ritorno feroce dei conflitti armati e della logica del riarmo.
Il ciclone tecnologico e il rischio del crollo democratico A questo quadro si aggiunge una rivoluzione tecnologica che corre a velocità mai viste — dall’intelligenza artificiale all’automazione spinta — senza che vi sia una direzione sociale o etica chiara. Se i grandi cambiamenti del passato venivano governati e contrattati, oggi l’innovazione rischia di disintegrare l’organizzazione del lavoro e svuotare la democrazia dall’interno. Quando le istituzioni si limitano a subire i processi anziché indirizzarli al bene comune, il risultato è l’astensione di massa, la perdita di senso della partecipazione e una rassegnazione diffusa che rischia di far crollare le democrazie direttamente nelle urne. Le conseguenze di questo cortocircuito le tocchiamo con mano ogni giorno nei reparti delle fabbriche, nei cantieri, nei porti e negli uffici.
Nei territori come il nostro, a Livorno e lungo la costa, la crisi dell’automotive, della componentistica e della manifattura dimostra che quando la transizione ecologica e quella digitale vengono sottomesse alle pure dinamiche di mercato, il conto viene presentato sempre e solo a chi lavora.
Il ricatto delle multinazionali e la trappola del nazionalismo sindacale Di fronte a uno stravolgimento di questa portata, la politica istituzionale appare immobile o complice, impegnata a distribuire mance fiscali e bonus temporanei che non risolvono l’impoverimento dei salari né la precarietà strutturale. Ma la sfida vera riguarda anche noi e la nostra capacità di riorganizzarci. Non possiamo affrontare le sfide del presente con strumenti e modelli organizzativi superati. Serve una trasformazione profonda del sindacato, a partire da quello europeo, che di fronte alla crisi rischia di scivolare in un’involuzione nazionalistica e corporativa. È una trappola mortale: quando i sindacati dei singoli Paesi ragionano in chiave di difesa nazionale, si fa il gioco delle multinazionali. Le grandi aziende utilizzano le fasi di contrazione per spostare il poco lavoro rimasto dove conviene di più, mettendo in competizione stabilimenti, lavoratori e nazioni diverse in una drammatica guerra tra poveri. Senza un sindacato europeo unito, coordinato e capace di contrattare i volumi e la transizione su scala continentale, la frammentazione finisce per svalutare i salari e cancellare i diritti ovunque.
Restituire centralità al lavoro La democrazia non si rigenera gestendo passivamente il declino o affidandosi alla chimera di un mercato che si corregge da solo. Fino a quando la ricchezza prodotta e le leve della tecnologia continueranno a essere sottratte al controllo sociale per alimentare speculazioni e riarmo, ogni discussione sul futuro del Paese resterà un esercizio retorico. L’alternativa si costruisce solo se si ha il coraggio di cambiare rotta: riformare le forme della rappresentanza, rigenerare il sindacato e unire le lotte dei lavoratori oltre i confini nazionali. È l’unica strada concreta per fermare il degrado sociale, governare le trasformazioni in atto e impedire che il futuro venga deciso sulla pelle di chi produce.
Massimo Braccini (segretario Generale FIOM CGIL Livorno e Grosseto)
